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Cenni storici sulla campagna di eradicazione
della malaria
in Italia
Salvatore
Squarcione - Teresa Troiano - Stefania DAmato
1998
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. Cenni storici sulla campagna di eradicazione della malaria
in Italia |
| II |
Parte II.
Epidemiologia attuale della malaria in Italia |
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PREFAZIONE
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La malaria rappresenta tutt'oggi uno dei più grandi problemi per
la Sanità Pubblica mondiale, sia sotto l'aspetto dell'incidenza
che dal punto di vista della connessa mortalità.
Il "problema malaria" non riguarda solo le aree cosiddette endemiche,
poiché l'incremento dei viaggi internazionali, sia per turismo
sia per motivi professionali e di lavoro, espone ogni giorno migliaia
di persone, che normalmente vivono in aree indenni, a rischio malarico
con una connessa spesa sanitaria, per la sola Italia, stimata in circa
2,1 miliardi di lire per anno (S. Squarcione et Al. Med Jour Inf Paras
Diseases 1998;XIII, 1: 1-6) cui vanno aggiunti i non quantizzabili costi
sociali e personali.
Peraltro, in un'epoca in cui assistiamo al verificarsi di migrazioni di
massa dai Paesi in via di sviluppo verso il nord economico del mondo,
dove sono contemporaneamente messi in discussione quei valori di solidarietà
sociale che consentivano, almeno, una diffusa e gratuita fruibilità
dei servizi sanitari anche da parte di coloro che vivono in condizioni
di marginalità, il rischio malarico ha sempre più assunto
anche aspetti trasfusionali.
L'abbandono dell'agricoltura nelle aree bonificate, il degrado ambientale
di vaste aree rurali, il contemporaneo estendersi della resistenza del
vettore agli antiparassitari e del plasmodio ai farmaci antimalarici,
sono anche queste condizioni favorenti la possibile ripresa, pure in Italia,
dell'endemia malarica. Ed i recenti episodi toscani sono un campanello
d'allarme che sarebbe criminale sottovalutare! La contemporanea ricorrenza
del centenario della identificazione del vettore e del cinquantenario
dell'interruzione della trasmissione dell'infezione in Italia ha stimolato
la estensione di questo quaderno che, nel richiamare sommariamente gli
sforzi congiunti sul piano sociale, legislativo, sanitario compiuti per
liberare il Paese dalla malaria, intende offrire anche un'analisi epidemiologica
della infezione malarica in Italia e del suo mutare nel tempo.
La speranza è che, nonostante la chiusura delle strutture malariologiche
già perpetrata, non venga dispersa la cultura malariologica nazionale
che non ha portato solo lustro al nostro Paese, ma che ha sortito effetti
di sanità pubblica e di economia sanitaria imponenti, con indubbio
vantaggio per il singolo e per la collettività.
Gli Autori
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PARTE
I
CENNI STORICI SULLA CAMPAGNA DI ERADICAZIONE
DELLA MALARIA IN ITALIA
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La
malaria, sin dallantichità, è stata una tra le più
diffuse malattie sociali che, per secoli, ha mietuto un gran numero di
vittime.
Con
molta probabilità essa si estese dallAfrica verso il Mediterraneo,
la Mesopotamia, le Indie e il sud-est dellAsia.
Non
esistono testimonianze storiche certe circa la diffusione dei diversi
plasmodi malarici nel Nuovo Mondo; si presume che i plasmodi vivax e malariae
siano stati importati dal Sud-Est asiatico già nel primo millennio,
e che il Plasmodium falciparum sia arrivato dallAfrica intorno al
1500.
Lo
studio e la lotta alla malaria sono stati caratterizzati da una lunga
serie di tappe storiche nel corso di tre secoli.
Il
1700 fu caratterizzato dalla scoperta e dallo studio dellazione
e dellefficacia specifica del chinino; il 1800 vide la scoperta
e la dimostrazione del parassita malarico nel sangue, la sua trasformazione
morfologica, la prima descrizione del ciclo infettivo ed infine lidentificazione,
come vettore del parassita malarico, della zanzara del genere Anopheles.
Il 1900 è stato ricchissimo di studi e ricerche per la produzione
di antimalarici sintetici che potessero integrare la terapia con il chinino.
Nel 1934 e nel 1944 si è ottenuta la produzione di clorochina e
proguanil, rispettivamente in Germania ed in Inghilterra e, nel 1955,
della pirimetamina negli USA.
Vedremo
in seguito come nelle tappe storiche della malariologia, lItalia
ha giocato un ruolo rilevante, soprattutto quando, nel 1945, lo studioso
Missiroli diede inizio alla prima sperimentazione di lotta antimalarica
condotta con un insetticida.
In
Italia, allinizio del secolo, le aree malariche si estendevano per
69.670 kmq e la malaria interessava ben 2.635 comuni (pari al 3.7% dei
comuni dellintero Paese).
In
tutte le stagioni era predominante il P. vivax, soprattutto nelle Regioni
del Nord Italia; meno frequente, ma comunque presente in ogni stagione,
il P. malariae. Il P. falciparum era, invece, presente sul territorio
in estate e in autunno.
I
vettori erano principalmente: A. labranchiae, soprattutto nelle Isole
e nellItalia centrale e meridionale; A. sacharovi diffusa al Nord,
in Sardegna, Puglia e Basilicata; A. superpictus limitata soprattutto
al Sud dItalia.
La
Sardegna e la Sicilia erano senzaltro le regioni più colpite
e vi si registrava il 70% dei casi nazionali.
Le
zone a media endemicità comprendevano: la Puglia, la Basilicata,
la Calabria, la Campania ed il Lazio, con il 20% delle denunce e con un
indice splenico compreso tra l11 e il 50%. Le regioni ipoendemiche
erano: il Veneto, il litorale della Toscana, lAbruzzo, la valle
e il delta del Po (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna), con il 10% dei
casi nazionali.
Il
tasso di morbosità per malaria, a parte il picco dei 970 casi per
100.000 abitanti nel 1905, si è mantenuto tra i 400 e gli 800 casi
fino al 1934, quando furono implementate, su larga scala, le misure di
profilassi antimalarica.
Lelevato
numero delle zone malariche e la pericolosità del fenomeno per
la Sanità Pubblica indussero il governo italiano a codificare una
legislazione sulla malaria (adottata integralmente anche da altri Paesi),
avente come duplice finalità lintervento profilattico e terapeutico,
diretto alle persone residenti in zone malariche, e lintervento
sullambiente, per abbattere la circolazione ambientale dellanofele.
In
materia fu emanata la "Legge portante disposizioni per diminuire
le cause della malaria", n° 460 del 2 novembre 1901(fig.A) Essa
prevedeva la distribuzione gratuita del chinino ai lavoratori delle zone
malariche e la disponibilità dello stesso a prezzi ridotti per
tutta la popolazione.
Il
Regio Decreto, n° 111 del 30 marzo 1902, di approvazione del regolamento
per lesecuzione della Legge 2 novembre 1901 n° 460 (fig. B),
contenente disposizioni contro la malaria, nellart. 1 riportava
la definizione di zona ad endemia malarica: "Una zona di territorio
può essere designata come malarica,(...) quando concorra: 1°
la manifestazione simultanea, o a brevi intervalli, di più casi
di febbre malarica contratta sul luogo; 2° la presenza degli insetti
aerei riconosciuti atti a trasmettere linfezione, nonchè
di stagni, pozze dacqua, o specchi di acqua stagnante, temporanei
o permanenti, a maggiore o minore distanza dallabitato, in grandi
o piccole dimensioni, artificialmente creati, o naturalmente esistenti."
Tali
norme furono successivamente aggiornate e incluse nel Testo Unico delle
Leggi Sanitarie, approvato con Regio Decreto 27 luglio 1934 n°1265
(artt. 313-329) e attuate con il Regolamento del 28 gennaio 1935 n°
93(fig.C).
Con
le nuove disposizioni, raccolte nel citato T.U., si cercò di realizzare
un idoneo programma di profilassi diretta, sia mediante la difesa meccanica
delle abitazioni sia attraverso ladozione di specifiche misure di
bonifica e di lotta antilarvale. A tal fine furono diffuse ai Prefetti
Circolari esplicative del nuovo ordinamento sanitario antimalarico.
Appare
opportuno precisare che la maggior parte dei decreti per la dichiarazione
di zona di endemia malarica furono redatti in data anteriore alle disposizioni
legislative incluse nel T.U. delle leggi sanitarie. Con i successivi decreti,
infatti, vennero apportate soltanto aggiunte o modificazioni per quelle
zone in cui si riscontravano nuovi focolai endemici.
Pertanto,
la nuova normativa, considerato che già esisteva il c.d. "catasto
della malaria", si rivolse, in particolare, allaccertamento
delle modificazioni e dei miglioramenti dellendemia ed al rilevamento
delle condizioni locali favorenti la persistenza e la diffusione della
malattia, allo scopo di facilitare lazione profilattica.
Vanno
ricordate, alluopo, le disposizioni che imponevano ai comuni lobbligo
di assumere lonere degli interventi antianofelici e che istituirono
i Comitati Provinciali Antimalarici. Questi ultimi avevano il compito,
in ogni Provincia, di coordinare e favorire le iniziative locali tendenti
ad un miglioramento dei servizi assistenziali e profilattici e di collaborare
con gli Organi statali e gli altri Enti competenti.
Notevole
importanza assunsero, nella lotta antianofelica, la trasformazione fondiaria,
considerata una necessità di pubblica utilità (Regio Decreto
del 20.5.1920), e la bonifica "integrale" (Legge del 2 aprile
1935).
Infatti,
la nuova legislazione, allobiettivo della bonifica idraulica, accompagnata
dagli interventi antianofelici che le leggi precedenti individuavano quale
obiettivo preponderante, affiancava quello della bonifica agricola e del
miglioramento fondiario; ossia quel complesso di opere che tendevano a
creare nel terreno le condizioni necessarie per essere utilmente coltivato.
Il
legislatore, dunque, riteneva che la malaria sarebbe stata definitivamente
debellata dalla coltivazione intensiva, unico rimedio in grado di assicurare
un risanamento stabile del suolo.
Per
la realizzazione dei descritti obiettivi fu operata una distinzione tra
opere pubbliche, il cui onere di spesa veniva interamente assunto dallo
Stato, e private, per le quali erano previsti contributi vari.
Le
denunce per malaria e le connesse morti verificatesi negli anni 1902-1947
(Tab.1) mostrarono che una riduzione lenta e graduale della malattia,
iniziata con lemanazione delle prime leggi in materia ed interrottasi
solo a causa degli eventi bellici, si faceva più drastica a seguito
dellintervento legislativo e finanziario dello Stato nellambito
della bonifica integrale.
Questultima
determinò una diminuzione costante della mortalità per malaria,
associata ad una importante riduzione della morbosità.
In
molte zone linfezione malarica si era ridotta, in altre era scomparsa
e il numero dei comuni ad endemia malarica passò dai 2.635 del
1922 ai 1.171 del 1941.
La
malaria tendeva a restare sempre più circoscritta allItalia
meridionale ed insulare e le Regioni più colpite erano: la Calabria,
la Puglia, la Lucania, la Sicilia e la Sardegna (dove Nuoro registrava
la più alta morbosità: 422 casi su 100.000 abitanti) .
Con
la ripresa delle azioni belliche, nel 1944, cominciò una recrudescenza
dellinfezione, che nel biennio 1944-45 raggiunse punte molto elevate.
La
malattia non solo si intensificò nelle Provincie in cui la malaria
era endemica, ma si ripresentò anche là dove era completamente
scomparsa, manifestandosi persino in alcune località indenni.
Nel
1945 furono registrati 411.602 casi, di cui 50.000 primitivi, 160 perniciosi
e 386 decessi.
Nel
biennio successivo, grazie al miglioramento delle condizioni economiche,
alla ripresa del lavoro agricolo e al ripristino dellambiente idrogeologico,
si notò la tendenza ad una rapida regressione del fenomeno.
Tale
regressione fu favorita anche dalluso del DDT (dicloro-difenil-tricloroetano),
un insetticida ad azione residua (cioè che aveva la durata della
intera stagione endemica, maggio-ottobre), utilizzato per la lotta contro
il vettore.
Nel
1945, il territorio delle Paludi Pontine fu scelto per condurre il primo
esperimento di campagna antianofelica con impiego del DDT, programmato
da Missiroli (1).
Il
risultato straordinario ed immediato permise le seguenti considerazioni:
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1)
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nellarea
del Mediterraneo, ove la malaria era in gran parte diffusa dagli anofeli
di tipo Anopheles maculipennis, la lotta contro linsetto adulto
era sufficiente a sopprimere la trasmissione della malattia;
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la
lotta antilarvale, molto più costosa di quella contro linsetto
adulto, era superflua qualora si ricorresse alluso razionale del
DDT;
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la
rapida e profonda azione del DDT permetteva di abbandonare tutte le misure
profilattiche che sino ad allora venivano applicate (dalla lotta antilarvale
alla protezione meccanica).
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Nel
1946 furono, quindi, trattate con soluzioni di DDT vaste zone malariche
della costa Veneto-Emiliana, dellAgro Romano, delle provincie di
Latina e Frosinone, della Maremma Toscana e varie località della
Sicilia.
Nel
1947 ebbe inizio un piano quinquennale di lotta antianofelica, impiegando
il DDT su tutto il territorio nazionale ed adottando i seguenti criteri:
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a)
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il
primo anno sarebbero stati trattati tutti i manufatti, soggetti allendemia
malarica, lungo la fascia litoranea della Sicilia e del territorio continentale,
raggiungendo linterno al fine di bonificare abitazioni ed altri
manufatti situati nelle vallate di fiumi e torrenti, noti focolai
anofelici,
dove più inficiava la malaria;
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b)
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il
secondo anno sarebbero state trattate le località interne, sino
a raggiungere le zone ritenute indenni, escludendo i centri abitati con
manifestazioni sporadiche di casi di malaria e con focolai anofelici facilmente
controllabili attraverso i mezzi antilarvali;
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dal
terzo anno in poi occorreva realizzare la "didittizzazione"
di tutte le zone ad endemia apprezzabile attraverso lesplorazione
malariologica, ossia il rilevamento degli indici endemici.
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La
campagna antimalarica, così condotta, evidenziò ben presto
il problema della resistenza al DDT delle mosche domestiche, che rese
necessaria unattiva ricerca di insetticidi alternativi, agenti per
contatto e sempre ad azione residua.
Poichè
il piano quinquennale 1947-1951 era stato condotto su base sperimentale,
senza una precedente pianificazione internazionale, risultò difficile
stabilire una data precisa in cui collocare linterruzione della
trasmissione.
Infatti,
la malaria può essere presente su un territorio con diverso grado
di stabilità. Essa può definirsi stabile quando il vettore
è molto efficiente, con elevata capacità a trasmettere linfezione
malarica alluomo, e non si verificano grandi fluttuazioni nellandamento
della malattia nel corso degli anni; essa è instabile, invece,
quando lintensità della trasmissione è variabile nel
corso degli anni.
La
malaria stabile è caratterizzata da un vettore molto antropofilo
e con una alta longevità, ben integrato in un habitat le cui condizioni
ambientali favoriscono il rapido ciclo sporogonico e un lungo periodo
di trasmissione dellinfezione. Lefficienza del vettore nella
trasmissione dellinfezione e la sua alta longevità fanno
sì che la densità anofelica sul territorio sia bassa. Altra
caratteristica della malaria stabile è la mancanza di rilevante
fluttuazione nellincidenza della malattia, comunque legata al cambio
delle stagioni.
Al
contrario, la malaria instabile è caratterizzata dallesistenza
di un vettore scarsamente antropofilo, con una longevità più
bassa, che richiede condizioni ambientali e climatiche favorevoli ad un
breve periodo annuale di trasmissione; la densità anofelica nel
territorio è più elevata perchè il vettore è
meno efficiente nella capacità di trasmissione dellinfezione
malarica, e si hanno fluttuazioni nellincidenza della malattia che
possono portare ad improvvise epidemie.
Linsorgere
di una epidemia malarica, inoltre, è causata da uno dei seguenti
fattori: aumento della densità anofelica; comparsa di condizioni
climatiche che aumentano la durata di vita del vettore, introduzione di
una nuova specie di vettore, introduzione di persone affette da malaria
e/o immigrazione di massa di soggetti non immuni in una zona malarica
(2).
Nel
1952 il DDT veniva pertanto diversamente impiegato nelle varie zone del
territorio tenendo conto della diversa densità anofelica, poichè
alcune zone erano in fase di mantenimento, altre di consolidamento e altre
ancora in fase di attacco sullanofelismo.
Al
termine della campagna di eradicazione della malaria, gli indici splenico
e plasmodico si erano notevolmente ridotti in tutte le Provincie.
Le
denunce di malaria, daltra parte, confermavano il pieno successo
delluso del DDT: 113 casi nel 1952, 19 nel 1953 e 15 nel 1954.
Permanevano,
comunque, alcuni portatori di gametociti, soprattutto in alcune zone della
Sicilia e della Sardegna difficilmente raggiungibili dai servizi medici
e che costituirono, negli anni 55-60, il serbatoio per piccoli
e circoscritti episodi epidemici: lultimo focolaio epidemico si
ebbe nel 1956 in Sicilia, a Palma di Montechiaro con 78 casi.
La
trasmissione del Plasmodium falciparum fu sicuramente interrotta durante
i primi anni di lotta antilarvale, tantè che gli ultimi casi
accertati risalgono al 1952.
Al
contrario, la scomparsa del Plasmodium vivax è stata molto più
tardiva e gli ultimi due casi sono stati segnalati nel 1962; il Plasmodium
malariae, caratterizzato da una capacità di sopravvivenza indefinita
e dalle possibili recidive, ha rappresentato lunica riserva autoctona
di parassiti malarici e lultimo caso fu segnalato nel 1964.
Il
Direttore dellEuropean Regional Office del W.H.O. certificò
che tutti i casi di malaria verificatisi dopo il 1962 in Italia erano
casi indotti di malaria da Plasmodium malariae (prodotti artificialmente
mediante trasfusioni, siringhe infette, etc.) o casi importati da altri
Paesi, ad eccezione di un caso criptico di Plasmodium malariae e di quattro
ricadute di alcune specie di parassiti nonché di tre casi di malaria
da Pasmodium vivax introdotti (trasmessi da zanzara infettatasi su un
caso importato, o da importazione di zanzare infette) (3).
Pertanto
lItalia, in data 21 settembre 1970, fu iscritta dallO.M.S.
nei registri ufficiali dei Paesi liberi da malaria.
Va
ricordato che il risultato straordinario ed immediato della campagna di
eradicazione della malaria in Italia, ottenuto anche in Grecia ed altri
paesi europei, indussero lO.M.S. a lanciare, nellottava Assemblea
Mondiale della Sanità, la campagna di eradicazione della malaria
nel mondo (1957-1969).
Lobiettivo
delleradicazione era quello di interrompere la trasmissione dellinfezione
malarica e leliminazione radicale del parassita in un tempo limitato
e su tutta larea interessata, utilizzando uno standard operativo
elevato con un notevole investimento di capitale.
Molteplici
sono state, purtroppo, le difficoltà incontrate nel progetto ambizioso
di eradicazione della malaria in zone molto vaste e diverse tra loro,
essendo tali difficoltà intrinseche agli stessi fattori che influenzano
lepidemiologia della malaria: la specie di plasmodio, le caratteristiche
biologiche del vettore, lambiente ed infine luomo stesso (organizzazione
sociale, attività, immunità).
La
citata campagna di eradicazione permise di eliminare la malaria dalle
zone subtropicali e da vastissime aree della fascia tropicale, ma le esperienze
negative acquisite in Africa ed in altri Paesi ad endemia stabile fecero
optare per un piano di controllo della malaria anzicchè di
eradicazione.
Lobiettivo
di un piano di controllo è quello di ridurre lincidenza della
malattia malarica a livelli tali da non costituire più un problema
di sanità pubblica; il piano di controllo ha una durata indefinita
nel tempo e viene condotto limitatamente alle zone dove la trasmissione
è intensa; esso necessita di un buono standard operativo e di investimenti
limitati, ma continui.
Oggi,
lOMS adotta programmi di controllo mondiali della malaria basati
su quattro fondamentali principi: rapida diagnosi e pronto trattamento
della malattia; applicazione selettiva, a seconda delle diverse realtà
locali, delle misure preventive ivi incluso il controllo dei vettori;
immediata risposta allinsorgere di epidemie; diffusione delle informazioni
sul reale rischio di infezione malarica e sulla distribuzione dei vettori.
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PARTE
II
EPIDEMIOLOGIA
DELLA MALARIA IN ITALIA:
ANNI 1986 - 1996
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Introduzione
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LOMS
stima lincidenza attuale della malaria nel mondo intorno a 300-500
milioni di casi clinici ogni anno, il 90% dei quali si verifica nella
popolazione dellAfrica tropicale. Secondo lOMS, nel 1993 ben
90 Paesi sono stati considerati ad endemia malarica, la metà dei
quali in Africa a Sud del Sahara. Inoltre, più dei 2/3 dei
casi notificati annualmente allOMS (esclusa la regione Africana)
sono concentrati in paesi quali India, Sri Lanka, Brasile, Afghanistan,
Vietnam e Colombia. Le grandi aree urbane di molti paesi dellAsia,
del Mediterraneo orientale e del Sud America sono libere dal pericolo
di trasmissione della malaria, nonostante essa sia endemica ma ciò
non è necessariamente vero nelle loro periferie.
Complessivamente
tra 1 e 1,5 milioni di persone muoiono ancora ogni anno a causa della
malaria e in prevalenza bambini con altre malattie concomitanti (4).
Purtroppo,
lattuale situazione epidemiologica della malaria nel mondo ha
carattere evolutivo e in questultimo decennio la lotta al parassita
malarico è stata resa più difficile per diversi motivi:
la resistenza sviluppata dal parassita verso i farmaci antimalarici
comunemente usati, la resistenza dello stesso vettore agli insetticidi
impiegati nelle diverse campagne di eradicazione ed il perdurare di
situazioni igienico-ambientali, sociali ed economiche sempre più
drammatiche nei Paesi ad endemia malarica con vaste fasce di popolazione,
soprattutto infantile, suscettibile ad ogni tipo di malattia infettiva
parassitaria e non.
In Italia, i diversi interventi di profilassi degli anni passati hanno
reso possibile la tempestiva eradicazione della malaria e da diversi
anni si registrano solo casi importati come per la gran parte dei Paesi
europei. Sulla base dei dati forniti dallOMS, lItalia risulta
il quinto paese europeo con il più alto numero di notifiche;
lInghilterra ha registrato 2.332 casi nel 1991, la Francia 3.396
nel 1989, lex-URSS 1.144 casi nel 1989, la Germania 1.092 casi
sempre nel 1989 (5). In Europa, la malaria autoctona è presente
solo in alcune regioni dellex-Unione Sovietica e della Turchia
(4).
Nel
nostro Paese, la malaria resta comunque una malattia infettiva soggetta
a notifica obbligatoria e attualmente è inserita in classe terza
ai fini delle modalità di notifica, secondo quanto previsto dal
Decreto Ministeriale 15 dicembre 1990 (6).
Sulla
base delle notifiche pervenute, il Ministero della Sanità
ogni anno fornisce notizie allOMS circa il numero dei casi di
malaria importati in Italia.
La
sorveglianza epidemiologica nel nostro Paese è sempre più
importante poiché il flusso turistico verso Paesi ad endemia
malarica è in aumento e perché, tra laltro, esso
si verifica in periodi dellanno particolarmente favorevoli allo
sviluppo ed alla circolazione ambientale del vettore del parassita malarico.
Il
sistema di sorveglianza italiano consente di acquisire conoscenze utili
da diffondere agli Operatori Sanitari che si trovano a dover affrontare
interventi diretti e strategie profilattiche differenziate al fine di
ridurre la letalità e le complicanze della patologia malarica.
Ciò, alla luce del fatto che attualmente è estremamente
varia lintensità e la distribuzione della possibilità
di trasmissione della malaria. Nei diversi interventi va sempre tenuto
presente che, sul piano pratico, caratteristiche importanti della malaria
restano la efficacia della chemioprofilassi correttamente condotta,
la sensibilità del plasmodio ai farmaci antimalarici, la prognosi
favorevole in caso di terapia corretta e tempestivamente attuata, la
prognosi grave e talora infausta in assenza di terapia.
Le
Autorità Sanitarie centrali dei vari Paesi hanno il compito di
fornire ai viaggiatori notizie circa il rischio di contrarre la malaria
nei
Paesi dove essa è endemica e di promuovere la consapevolezza
tra gli stessi delle conseguenze dellinfezione, dei limiti della
chemioprofilassi antimalarica e dellimportanza delle misure di
protezione individuale.
In
Italia, come in altri Paesi europei in cui si è avuta la totale
eradicazione della malaria, il sistema di sorveglianza epidemiologica
ha lo scopo di definire tutti i casi di importazione e/o autoctoni e/o
indotti.
La
malaria viene classificata secondo la sua origine in:
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a)
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autoctona,
quando è trasmessa da zanzare in un area dove essa è normalmente
presente (indigena), quando è trasmessa da zanzare infettatesi
su un caso importato o quando avviene importazione di zanzare infette
(introdotta);
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b)
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importata,
quando è acquisita in unarea specifica dove la malaria è
endemica;
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indotta,
quando è prodotta da trasfusioni, siringhe infette, etc.;
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c)
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d)
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criptica,
quando il caso di malaria è isolato e non è riconducibile
a nessuna delle precedenti categorie.
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Più
specificatamente, viene definito "caso di malaria di importazione"
il primo attacco malarico confermato da diagnosi emoscopica che si manifesta
in un individuo nel territorio nazionale indipendentemente da precedenti
attacchi verificatisi durante la permanenza allestero.
Dal
1960 al 1975 è stato registrato un lieve, ma costante incremento
dei casi annui con valori sempre al di sotto dei 50 casi per anno; solo
tra il 1977 e il 1978 è stato rilevato un picco intorno ai 200
casi, mentre tra il 1979 e il 1984 il numero dei casi ha subito un decremento
sostanziale con una oscillazione intorno ai 100 casi/anno. Il 1984 è
stato lanno in cui è iniziato un brusco aumento dei casi
importati nel nostro Paese, con un andamento in crescita che ha visto
il verificarsi di 178 casi nel 1985, 287 nel 1987, 350 nel 1988 e 468
nel 1989. Tale incremento è andato via via confermandosi nei sei
anni successivi 90-96 (fig.1), pertanto si è ritenuto
utile esaminare il profilo epidemiologico della malaria di importazione
in Italia negli ultimi undici anni.
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Materiali
e Metodi
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Sono
stati analizzati i dati relativi ai casi di malaria registrati in Italia
nel periodo 1986-1996, notificati al Ministero della Sanità, secondo
quanto previsto dal succitato Decreto Ministeriale, mediante lapposito
modello 15 utilizzato per la notifica di malattia infettiva di classe
terza. Le schede di notifica vengono inviate al Ministero della Sanità
unitamente ai vetrini su cui è stata fatta diagnosi emoscopica
di malaria per la conferma diagnostica da parte dellIstituto Superiore
di Sanità. Presso il Ministero della Sanità e lIstituto
Superiore di Sanità è operante un archivio informatizzato
per la raccolta, caso per caso, del risultato dellaccertamento emoscopico
e di tutte le informazioni riportate nella scheda epidemiologica che correda
la notifica (7).
La
scheda di notifica si compone di tre sezioni:
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A)
relativa ai dati anagrafici del paziente; B) comprende i dati relativi
ai motivi del viaggio, al paese visitato, al tipo di chemioprofilassi
attuata, alla data di rientro in Italia, ai diversi aspetti clinici e
diagnostici nonché alla terapia effettuata; C) è riservata
allesito dellaccertamento emoscopico condotto dallIstituto
Superiore di Sanità.
I
casi di malaria notificati sono stati esaminati nei diversi aspetti:
distribuzione dei casi per cittadinanza, classe detà, sesso,
motivo del viaggio allestero, continente visitato, chemioprofilassi
attuata, eventuale ricorso al ricovero e chemioterapia, tipo di plasmodio
importato per continente visitato, esito.
Lelaborazione
dei dati è stata effettuata con il Software Statistico Epi-Info
5.01, specifico per le analisi epidemiologiche, ed il Software SPSS
per Windows 6.0.
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Risultati
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Le
Regioni che hanno via via notificato sempre più casi sono state
quelle del Nord e del Centro Italia: Lombardia (27%), Veneto (20%), Lazio
(12%), Emilia Romagna (11%), Piemonte (8%) e Toscana (6%).
La
maggior parte dei casi notificati nel periodo preso in esame riguarda
soggetti che hanno soggiornato allestero per motivi di lavoro, per
turismo e per visitare i propri parenti; nella voce "lavoro"
sono stati compresi anche quei casi relativi a religiosi che viaggiano
per missioni ed i militari inviati allestero per missioni umanitarie
(fig.2/tab.2).
In
media, nel periodo considerato, la classe di età dai 20 ai 39 anni
ha rappresentato il 57,4% dei casi (tab.3); in particolare i maschi hanno
costituito il 76% del totale dei casi (M/F ratio 3:1) (tab.4).
In
generale, nel periodo considerato, landamento del numero dei casi
in cittadini italiani ha registrato, nel 1987, un incremento del 46% rispetto
allanno precedente ed un secondo picco (incremento del 28%) nel
1989. Il triennio successivo 1990-1992 ha fatto registrare un costante
decremento dei casi intorno al 7% per entrambi gli anni 90 e 92;
nellanno 1993 vi è stato un aumento del 40% rispetto allanno
precedente al quale è seguita nuovamente una diminuzione dei casi
con un decremento dell8,5% per lanno 1994, del 5% per il 95
e, infine, per lanno 1996, del 4,4% (fig.5).
Al
contrario, nello stesso periodo considerato, landamento del numero
dei casi tra gli stranieri è andato via via aumentando in modo
quasi costante, passando dai 28 casi/anno del 1986 ai 352 casi/anno del
1995 (fig.5); incrementi significativi del numero dei casi ci sono stati
nel 1989 (60%) e nel 1990 (74%); ad una rapida flessione dei casi registrata
nel 1991 è seguito un costante aumento, negli anni successivi fino
al 1996.
Lanalisi
della distribuzione dei casi di malaria importati, per Continente visitato
e per ciascun anno esaminato, fa rilevare che il maggior numero dei soggetti
ha contratto la malaria in Africa (88,4%), in Asia (7,4%) e nellAmerica
del Sud (3%); il restante 1,2% proveniva da Paesi europei dove la malaria
è ancora endemica e dallOceania (tab. 5).
I
Paesi maggiormente visitati dagli stranieri sono stati il Senegal, il
Ghana, la Nigeria e la Costa dAvorio; i Paesi raggiunti dai cittadini
italiani sono stati per lo più il Kenya, il Madagascar e la Tanzania;
nel continente Asiatico, le principali destinazioni sia per gli italiani
che per gli stranieri sono state lIndia ed il Pakistan.
La
distribuzione percentuale dei diversi tipi di plasmodio importati, stratificati
per aree geografiche, indica che dal continente Africano il 78,8% dei
casi è stato parassitato da P. falciparum, il 12,1 % da P. vivax,
il 2,5% da P. malariae e il restante 6,7% da P. ovale o da forme miste.
Il
66% dei casi provenienti dallAsia è stato colpito da P.
vivax,
il 26% da P. falciparum e il 2,4% da P. malariae; una distribuzione molto
simile dei diversi plasmodi malarici si è avuta tra i soggetti
provenienti dallAmerica del Sud: il 66% dei casi è stato
infetto da P. vivax, il 18% da P. falciparum e il 2,7% da P. malariae
(fig.6).
Dal
1989, sono disponibili i dati informatizzati relativi alle notifiche di
malaria in Italia, pertanto lanalisi di alcuni aspetti clinici è
stata limitata al periodo 1989-1996.
Nel
periodo preso in esame, il 36,5% circa dei viaggiatori ha avvertito i
primi sintomi della malattia entro i primi sette giorni dal rientro, mentre
il 22% circa entro 1-2 settimane dal rientro.
Sono
stati ricoverati in media il 95% dei pazienti, il 68,4 % dei quali con
una permanenza in ospedale tra 0 e 7 giorni. E interessante osservare
che la diagnosi emoscopica è stata effettuata nel 77,5% dei casi
lo stesso giorno del ricovero (percentuali riferite alle sole schede complete).
La
diagnosi emoscopica ha rilevato forme gametocitiche in circa il 13% dei
casi notificati e nel 56% si trattava di gametociti di P. vivax.
Sempre
per lo stesso periodo, bisogna sottolineare che nel 75% dei casi la diagnosi
emoscopica è stata confermata successivamente dallesame condotto
su goccia spessa o striscio di sangue periferico da parte dellIstituto
Superiore di Sanità.
I
soggetti che hanno contratto la malaria erano stati sottoposti a chemioprofilassi
solo nel 23,2% dei casi; la chemioprofilassi è stata attuata soprattutto
quando il Continente di destinazione era lAfrica e la clorochina
da sola è stato il farmaco maggiormente usato in chemioprofilassi
(oltre il 60%), anche dopo la registrazione e commercializzazione in Italia
di meflochina e proguanil.
I
farmaci maggiormente usati per la terapia della forma malarica da P. falciparum
sono stati il chinino, da solo o in associazione a sulfalene-pirimetamina
o a tetraciclina (circa il 43%); seguono la meflochina (27%) e la clorochina
(12,5 %). Le infezioni da P. vivax sono state trattate prevalentemente
con: clorochina (39%), clorochina associata a primachina (26%) e meflochina
(12,2%).
Dal
1986 al 1996 sono stati registrati anche casi di malaria introdotta (n.2),
indotta (n.8), e criptica (n.4). Si sono verificati 48 decessi per malaria
con una letalità media dell1%.
|
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Conclusioni
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Il
maggior numero di notifiche di casi di malaria da parte delle Regioni
del Nord e di alcune del Centro Italia sono dovute al fatto che le predette
Regioni ospitano un maggior numero di cittadini italiani che si recano
allestero per lavoro, turismo, volontariato o missioni. Le Regioni
del Nord e del Centro si confermano, inoltre, come area di maggior inserimento
e accolgono più della metà di tutti gli immigrati in Italia
(8, 9). La frequenza del numero di notifiche di casi di malaria tra stranieri
nelle diverse Regioni è la seguente: Lombardia 29%, Veneto 22%,
Emilia Romagna 14%, Lazio 13%, Toscana 4% e Piemonte 5%; essa corrisponde
sommariamente alla distribuzione geografica degli stranieri soggiornanti
nel nostro Paese. Secondo i dati forniti dal Ministero dellInterno
ed elaborati dalla Caritas di Roma, infatti, la ripartizione degli stranieri
non è omogenea sul territorio nazionale, con oltre il 51% del totale
degli stranieri presenti al Nord, il 30,79% al Centro, il 10,82% al Sud
e il 7,11% nelle Isole maggiori.
Il
numero dei casi di malaria registrati è stato, come per il passato,
maggiore tra i maschi rispetto alle femmine (10); ciò è
dovuto al maggior numero di maschi tra i lavoratori allestero, spesso
operai o tecnici impegnati nellindustria e nelledilizia, tra
gli imprenditori e i liberi professionisti e anche tra gli stessi turisti,
nonché tra stranieri extracomunitari che annualmente tornano al
loro Paese di origine per visitare i parenti. Sempre secondo i dati forniti
dal Ministero dellInterno, infatti, il 56,55% degli extracomunitari
presenti in Italia sono maschi.
Nel
totale dei casi, inoltre, la classe di età maggiormente colpita
è stata quella 20-39 anni che rappresenta la fascia di età
attiva della popolazione sia italiana che straniera che più spesso
viaggia per i motivi più sopra descritti; gli stranieri presenti
in Italia si collocano, infatti, secondo i dati del Ministero dellInterno,
per il 71,92% nella fascia di età compresa tra i 19 e i 40 anni.
Nellanno
1989, il picco registrato nellandamento dei casi di malaria tanto
a carico di cittadini italiani quanto di cittadini stranieri è
funzione di più fattori che hanno inciso sfavorevolmente sullandamento
della malaria e favorevolmente sulle popolazioni anofeline. Infatti, nei
due anni immediatamente precedenti, i Governi dei Paesi a maggior rischio
malarico e a più alto flusso turistico avevano pressocché
interrotto le campagne di lotta allanofele vettore; ciò sia
per problemi interni agli stessi Stati che per la maggior attenzione posta
verso altre realtà infettivologiche emergenti come lAIDS.
Lo stesso era già avvenuto negli anni 79 e 80, facendo
registrare in tutto il mondo, tra laltro, una recrudescenza della
mortalità per malaria che nel nostro Paese si è manifestata
negli anni 81 e 82. Tutto ciò è avvenuto, inoltre,
in coincidenza con il casuale verificarsi di condizioni climatiche e ambientali
più favorevoli allinsetto vettore e ad incremento del flusso
turistico in entrata, già di per sé massimo in periodi dellanno
in cui più alto è il rischio specifico.
Come
si può osservare dal grafico riportato in figura 2, nel corso del
periodo considerato, cè stato un lieve aumento dei casi notificati
tra i turisti e i lavoratori allestero (11); tra gli stranieri in
visita ai parenti non si è registrata una flessione del numero
dei casi e il decremento dellanno 94 è dovuto al fatto
che nel 31,7% dei casi non è stata fornita dagli stranieri alcuna
indicazione circa i motivi del viaggio.
Per
gli anni 1993 e 1994 hanno senzaltro contribuito, allaumento
dei casi di malaria di importazione in Italia, quelli verificatisi tra
i militari italiani inviati in missione O.N.U. in Somalia e Mozambico.
Nellanno
1993 sono stati registrati 668 casi di malaria (di cui 71 militari) con
un incremento pari al 33,9% rispetto allanno precedente (499 casi);
per lanno 1994 tale incremento è stato contenuto al 17%,
essendo stati notificati 782 casi di malaria, ivi compresi 68 militari
in missione ONU nei predetti Paesi.
Nellanno
1995 i casi di malaria notificati sono stati 743 con un decremento di
circa il 5% rispetto al 94; infine, per lanno 1996 i casi
notificati e accertati emoscopicamente sono stati 760 con un incremento
rispetto al precedente anno pari al 2,3%.
Complessivamente,
come già detto, il numero dei cittadini italiani è andato
diminuendo, mentre è aumentato in modo quasi costante il numero
degli stranieri affetti da malaria; per questi ultimi, la distribuzione
delle diverse cittadinanze (senegalese, ghanese, nigeriana etc.), sovrapponibile
alla frequenza del Paese visitato, è stata pressocchè costante
nel periodo in esame.
Laumento
progressivo dei casi di malaria tra cittadini stranieri, che ha in qualche
modo compensato la diminuzione dei casi tra cittadini italiani, è
sicuramente laspetto epidemiologico emergente della malaria nel
nostro Paese. Esso richiede una puntuale sorveglianza poiché la
presenza di plasmodi malarici in forma clinicamente silente potrebbe costituire
fonte di contagio trasfusionale e, anche se con scarsissima probabilità,
fonte di infezione per quelle specie anofeline ancora presenti in alcune
aree dellItalia centrale e meridionale. Resta pertanto utile il
monitoraggio delle situazioni di concentrazione di portatori di forme
gametocitiche per i diversi plasmodi (12, 13).
La
ripartizione dei casi per Paese visitato, nonché quella dei vari
tipi di plasmodio importati per Continente, coincide con la mappa di rischio
fornita dallOMS.
Le
zone malariche sono infatti comprese tra il 60mo parallelo
dellemisfero boreale e il 32mo parallelo dellemisfero
australe.
La
distribuzione geografica dei diversi plasmodi malarici indica la presenza
predominante del P. falciparum nellintera Africa, nel Madagascar
e dallIndia al Sud-Est Asiatico, nonché in Indonesia; una
presenza frequente dello stesso plasmodio è rilevabile nellAfrica
del Nord, nellAmerica Centrale e del Sud e nellAsia Sud-Ovest;
il P. malariae è frequente in Africa, nel Madagascar e nellOceano
Indiano.
Infine,
il P. vivax è predominante in Africa del Nord, nellAmerica
del Sud, nellAsia del Sud-Ovest, ma anche frequente in America Centrale,
in India, in Indonesia e nel Sud Est Asiatico (4, 14).
Lincidenza
dei casi di malaria per 1.000 viaggiatori internazionali del biennio 1993-1994,
calcolata sui dati relativi allo stesso periodo (15), indica un
elevato rischio nei seguenti Paesi: Tanzania (161x1.000), Camerun e Ghana
(20x1.000), Somalia (18x1.000), Mozambico (9x1.000), Angola (5x1.000),
Nigeria e Senegal (3x1.000).
Al
rientro dai diversi Paesi visitati, sia i cittadini italiani che quelli
stranieri hanno fatto ricorso immediato alle cure ospedaliere, infatti
la percentuale dei ricoveri è estremamente alta in ambedue le categorie.
Le
diagnosi clinica ed emoscopica sono state poste in modo rapido ed adeguato,
alcune difficoltà si sono incontrate nellaccertamento emoscopico
delle forme plasmodiali di P. malarie, P. vivax e nelle forme miste: ciò
sottolinea come siano sempre utili e attuali corsi pratici di aggiornamento
degli Operatori Sanitari interessati alla materia, al fine di migliorare
lefficienza degli interventi contro questa malattia dalle gravi
complicanze. E infatti sempre opportuno che il medico consideri
la malaria in diagnosi differenziale quando ricorrono alle sue cure pazienti
di recente immigrazione o che siano rientrati, anche da lungo tempo, da
un Paese ad endemia malarica, soprattutto se il paziente non fornisce
notizie dettagliate e chiare in merito.
La
durata del ricovero è risultata più frequentemente di cinque
giorni (intervallo compreso tra 0 e 7 gg). Pertanto, considerando che
il costo di un giorno di degenza ammonta a circa 560.000 lire (16), i
costi della sola ospedalizzazione per malaria risultano estremamente elevati
ammontando, per il solo triennio 1994-96, a circa 1 miliardo e mezzo annui
(numero medio dei ricoveri nel triennio x 3,5 giorni x 560.000).
Ciò
indica quanto sia opportuna la profilassi antimalarica, soprattutto comportamentale,
e quanto sia necessario coinvolgere il medico di base, le strutture sanitarie
locali, gli operatori turistici nella prevenzione di questa malattia.
Infatti, la diminuzione del numero dei casi nei cittadini italiani alla
quale non è corrisposto il minor numero di viaggi verso Paesi a
rischio (15, 17) può essere la dimostrazione del fatto che le campagne
di profilassi e di educazione sanitaria abbiano avuto un concreto effetto
positivo e indicherebbe una maggior presa di coscienza del rischio malarico
da parte dei viaggiatori internazionali.
Dai
dati elaborati si rileva, comunque, che bassa è la percentuale
di soggetti che si sono sottoposti a chemioprofilassi specifica per la
malaria e che questi sono per lo più italiani.
Gli
stranieri, provenienti da zone endemiche, inconsapevoli di aver perso
limmunità naturale alla malattia, non adottando né
profilassi farmacologica né comportamentale, ammalano in forma
acuta tanto quanto un soggetto non immune, sebbene tra essi il rischio
di
un esito infausto risulti più basso anche in considerazione di
una relativa maggior facilità ad inserire la malaria tra le malattie
cui "pensare" a fini diagnostici.
Più
in generale, possiamo dire che, comunque, non sempre il viaggiatore internazionale
entra nellottica giusta rispetto alla concreta possibilità
di contrarre la malaria; egli può ritenere che attuare una chemioprofilassi
specifica possa servire a scongiurare del tutto linfezione malarica
e ciò può indurlo non solo a trascurare le opportune misure
precauzionali di tipo comportamentale, ma addirittura a non fornire un
ricordo anamnestico di rischio malarico. Complesso resta il problema
della chemioprofilassi antimalarica, per le ragioni già dette,
più strettamente legate al fenomeno della resistenza da parte del
parassita, ma anche perchè attualmente non esistono farmaci che
sicuramente prevengono la malaria e che siano privi di effetti collaterali.
Le indicazioni alla chemioprofilassi vanno poste considerando la zona
di destinazione, la stagione in cui si effettua il viaggio, il tipo di
soggiorno/vacanza che si intende fare, leffettiva esposizione di
chi viaggia, lo stato di salute del viaggiatore, la sua attività,
letà, con particolare riguardo ai bambini e alle donne in
gravidanza.
Il
farmaco maggiormente usato in chemioprofilassi è risultato essere
la clorochina, da sola o in associazione con proguanil; ciò è
senzaltro in linea con le raccomandazioni internazionalmente accettate,
poiché lassunzione di clorochina è comunque consigliata
per la prevenzione delle forme malariche da P. vivax, P. ovale e P.
malariae.
Essa,
inoltre, riduce le complicanze delle infezioni da P. falciparum e può
essere utile sia che ci si rechi in zone a bassa endemia malarica con
andamento stagionale delle infezioni, sia in zone a più alta endemia
per pochi giorni; in zone dove, pur essendo basso il rischio di infezione
da P. falciparum, questi ha sviluppato resistenza alla clorochina, sarà
opportuno munirsi di meflochina o pirimetamina-sulfamidico. Inoltre, la
clorochina e lo stesso proguanil
possono
essere somministrati con maggior sicurezza rispetto ad altri farmaci antimalarici
a donne in gravidanza e bambini piccoli. Spesso nei Paesi visitati esite
il fenomeno della resistenza alla clorochina: infatti, tra i Paesi in
cui il P. falciparum è endemico, solo nellAmerica Centrale
non sono finora state segnalate resistenze alla clorochina, mentre
nellAfrica Orientale esistono alti livelli di resistenza al farmaco
e nei Paesi del Sud Asia, parte ovest e centrale, Indonesia, Filippine
e Oceania i livelli di farmacoresistenza sono variabili. In questi casi
lOMS consiglia la chemioprofilassi con meflochina tenendo comunque
sempre presente le controindicazioni di natura medica al farmaco (14,
18).
Nel
corso degli anni si è verificato un vero e proprio crollo dellattuazione
della chemioprofilassi; ciò indica lopportunità di
dare più dettagliate istruzioni ai viaggiatori circa le modalità
e lutilità della profilassi comportamentale, nonché
sul rischio effettivo di contrarre la malaria, sulla necessità
di tener sempre presente che nessuna forma di profilassi adottata deve
indurre ad una falsa sicurezza e sulla necessità di non trascurare
alcun sintomo che insorgesse durante il soggiorno o dopo il rientro da
una zona ad endemia malarica. Particolare attenzione deve poi essere posta
nei confronti dei bambini nei quali i sintomi della malaria possono presentarsi
in modo atipico.
La
terapia per la cura della malaria da P. falciparum vede ancora limpiego
del chinino solfato o cloridrato, il primo utile al trattamento di attacchi
non complicati dovuti a ceppi di P. falciparum resistenti alla
clorochina,
il secondo al trattamento delle manifestazioni cliniche gravi; altro farmaco
delezione è la meflochina.
Il
trattamento delle forme da P. vivax vede soprattutto limpiego della
clorochina da sola, utile nelle forme non gravi e senza complicanze, e
in associazione con primachina, efficace nel trattamento radicale e nella
terapia gametocida delle forme sessuate del parassita malarico e quindi
nella prevenzione delle ricadute.
Il
confronto delle diverse terapie adottate per la cura della malaria da
P. falciparum nel corso degli anni esaminati, e più specificamente
tra il quadriennio 1989-1992 (19, 20) e il triennio 1993-1995, indicano
che lorientamento terapeutico è stato quello di un minor
impiego della clorochina (dal 17,3% al 7,7% ) e un maggior ricorso alla
meflochina (dal 18,7% al 35,6%). Per la cura della malaria da P. vivax
si è avuto, comunque,
un
minor impiego di clorochina associata a primachina (dal 30% al 21,7%)
e un maggior ricorso alla meflochina (dal 7,2% al 17,5%).
Possiamo
concludere che, in tema di malaria, la situazione epidemiologica italiana
è quella di una totalità di casi importati e, per quanto
attiene alla mortalità per malaria, lindice di letalità
è passato dal 7,1 del 1975 allo 0,7 del 1995 con una letalità
media, nellultimo decennio, dell1%. Tale indice è rimasto
costante e la mortalità è praticamente solo a carico di
soggetti che hanno soggiornato prevalentemente in Africa e sono stati
infettati da P. falciparum.
In
Italia limpegno organizzativo sanitario ha reso possibile leradicazione
della malaria, intervenendo lungo direttrici di lotta diretta e generalizzata
al vettore, di chemioprofilassi nelle zone iperendemiche, di educazione
sanitaria verso le popolazioni e di bonifica delle zone paludose. Oggi,
in una realtà di eradicazione della malaria dal territorio nazionale,
sarà opportuno che gli Operatori Sanitari, prestino sempre maggior
attenzione alla malaria, non trascurando la raccolta delle informazioni,
la corretta e completa notifica dei casi che deve essere corredata dallindicazione
della farmacoresistenza eventualmente registrata, dalla chemioprofilassi
eventualmente effettuata, nonché dalla terapia approntata.
Altro
aspetto della notifica da non trascurare è quello del corretto
invio dei preparati per lemoscopia; sarebbe, infatti, corretto non
inviare un vetrino diverso da quello su cui è stata effettuata
la diagnosi o addirittura con data posteriore a quella dellinizio
della terapia, così come sarebbe auspicabile un miglioramento del
ritorno delle informazioni dallAutorità Centrale agli Operatori
Sanitari, soprattutto al fine di conoscere lesito dellaccertamento
emoscopico.
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|
Gli
Autori
|
|
Salvatore
Squarcione
Nato
a Roma nel 1951, si è laureato in Medicina e Chirurgia presso "La
Sapienza" dove si è anche specializzato in Medicina del Lavoro.
Dopo
un lungo periodo di formazione clinica in campo infettivologico, immunologico
e cardiologico, si è applicato al settore della Sanità Pubblica
ricoprendo anche il ruolo di Responsabile del Servizio di Igiene Pubblica
e Medicina del Lavoro in una ex USL del Lazio.
Dal
1989 al 1997 è stato il Direttore delle Malattie Infettive del
Ministero della Sanità, ricoprendo significativi incarichi istituzionali
in ambito internazionale, anche nel settore della cooperazione civile-militare.
Già
Professore a contratto presso lUniversità di Cagliari e quella
di Roma "Tor Vergata", è membro della Commissione Nazionale
AIDS ed è attivamente impegnato sia nella Società Italiana
di Igiene e Medicina Preventiva che nellAssociazione Nazionale di
Parassitologia Medica.
Direttore
del Nucleo Operativo Centrale del Ministero della Sanità, è
Medaglia dargento per la Sanità Pubblica ed è autore
di numerose pubblicazioni nel campo epidemiologico e delle malattie infettive.
Oggi,
è Direttore Sanitario dellAzienda USL Roma F.
|
|
Teresa
Troiano
Nata
a Monte SantAngelo (FG) nel 1963, si è laureata in Medicina
e Chirurgia presso lUniversità di Bari dove ha conseguito
la specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva Indirizzo Laboratorio.
Vincitrice
del premio "Attimonelli" nel 1989; è stata borsista presso
il Centro di riferimento oncologico di Aviano e poi Funzionario Medico
del Ministero della Sanità presso l'fficio Prevenzione delle
Malattie Infettive.
Specializzatasi
in Igiene e Medicina Preventiva Indirizzo Tecnica Ospedaliera-
presso lUniversità di Bologna, è autrice di pubblicazioni
nel campo epidemiologico e delle malattie infettive.
Oggi,
è Dirigente I livello presso il Policlinico di Bari Laboratorio
II Settore Centralizzato e Urgenza.
|
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Stefania
DAmato
Nata
a Roma nel 1958, si è laureata in Scienze Biologiche presso lUniversità
di Roma "La Sapienza".
E
Dipendente del Ministero della Sanità e, dopo un periodo di applicazione
presso uno degli Uffici Periferici del Ministero stesso, è stata
assegnata al team che effettua la sorveglianza delle malattie infettive
a livello nazionale.
Oggi
è componente dellattuale Ufficio III del Dipartimento della
Prevenzione che svolge anche la funzione di Osservatorio Epidemiologico
Nazionale.
E
autrice di alcune pubblicazioni nel campo epidemiologico e delle malattie
infettive.
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